La cultura romana, come quella greca, non aveva mostrato molto apprezzamento per la natura incolta. Infatti nel sistema di valori elaborato da latini e greci quest'ultima era la vera antitesi della civiltà, concetto collegato a sua volta all'idea di città, ossia uno spazio dove dominava l'ordine creato dall'uomo.
Anche dal punto di vista produttivo lo sfruttamento dell'incolto aveva assunto una posizione marginale, quasi occulta, che poco compare nelle fonti scritte.
Nella cultura romana insomma," spiega Massimo Molinari nel suo "La fame e l'abbondanza" (Edizioni Laterza 2008), "la nozione di incolto si connotava in senso eminentemente negativo."
I romani, quindi, preferivano l'agricoltura e l'arboricoltura che erano diventati vero perno dell'economia. "Grano, vite, ulivo ne erano i punti di forza: una triade di valori produttivi e culturali che avevano assunto un simbolo della propria identità".
Completamente diversa era la cultura alimentare dei barbari. "Le popolazioni celtiche e germaniche, da secoli avvezze a percorrere le grandi foreste del Centro e del Nord dell'Europa, avevano sviluppato una forte predilezione per lo sfruttamento della natura vergine e degli spazi incolti. La caccia e la pesca. La raccolta dei frutti selvatici, l'allevamento brado nei boschi, erano attività centrali e caratterizzanti del loro sistema di vita."
Anche se questa differenza tra il modo di alimentarsi dei romani e quello dei barbari non era così rigido, le varie tipologie di prodotti avevano ruoli diversi.
Il fatto che le genti provenienti dal Reno si dedicassero per lo più alla caccia e non conoscessero bene l'agricoltura contribuì a far si che i latini considerassero i barbari persone prive di civiltà. Ma non solo, per i romani gli invasori erano inferiori perchè non intervenivano attivamente nella "fabbricazione del cibo". Ovvero non lo "inventavano artificialmente", ma si limitavano a raccogliere ciò che la natura offriva spontaneamente.
Dall'altra parte anche i celti e i germani cercarono di far vale la loro identità cultura sottolineando per esempio l'importanza del maiale .
Queste due culture così diverse ad un certo punto, nel III secolo d.c. quando personaggi di estrazione barbarica riuscirono a raggiungere i vertici del potere., dovettero confrontarsi.
La tradizione letteraria era solita dipingere gli uomini importanti come persone non amanti della carne, che poteva benissimo essere sostituita con la verdura e i legumi. Per esempio "Settimo Severo, anch'egli sobrio e frugale, "era tutt'al più ghiotto di verdure della sua terra e sulla sua tavola gli piaceva bere vino; la carne spesso non l'assaggiava neppure".
La frutta poi, in questo contesto, occupava un posto di primaria importanza.
Di contro i regnanti barbari venivano descritti con tono di polemica quando si parlava delle loro abitudini di mangiare molta carne, abitudini che spesso venivano esagerate.
"Una distanza abissale separava il mondo dei "romani" da quello dei "barbari"; i valori, le ideologie, le realtà produttive dell'uno da quelle dell'altro. Pareva impossibile colmarla, e in effetti dobbiamo ammettere che due millenni di storia comune non sono bastati a cancellarla: il carattere dell'Europa non tutt'ora segnato in profondità."
Bibliografia: Massimo Molinari, La fame e l'abbondanza, Edizioni Laterza, 2008.
Pane ai romani e carne ai barbari
Silvia Fattore
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