I racconti di Giorgio Ragucci, "Il viaggio"
La pianura favorisce la conoscenza di una persona, vista ad una certa distanza. A volte, è divertente indovinare chi può essere. Mentre sopraggiunge al passo, magari, fermandosi, a sua volta, probabilmente colta da analoghi pensieri o emozioni, si cerca di capire a chi rivolgere il saluto. Spesso, dipende dall'ora e dalla stagione, sempre, dal caso. Nell'arco di una giornata, il viaggiatore può fare le più disparate esperienze, incontri fortunati, meno fortunati, talvolta, fatali: può essere il pellegrino assorto nella preghiera, il cacciatore, una carovana di zingari, il mercante col suo mulo carico di mercanzie, un piccolo circo di acrobati, la diligenza delle prostitute, il rabdomante, l'agrimensore, semplici soldati di ventura disoccupati, il disertore senza casa né patria, il brigante fuggitivo, oppure, famiglie che hanno perso la terra, apprendisti pittori, infine, il filosofo.
A questo proposito, qualche tempo fa, correva voce che fosse passato di lì anche l'alchimista Paulinus alla ricerca della famosa pietra, ma si tratta più di leggenda che di cronaca. Tornando al mio viaggio, erano giorni che camminavo lungo un percorso segnato su una piccola mappa. La sera ero stanco, ma felice. Di solito, mangiavo presso contadini, buona gente che non faceva domande, lavorava ed era tranquilla, soprattutto, se il raccolto era andato bene. Per sdebitarmi, davo loro una mano nei campi, oppure, mi mettevo a suonare qualcosa su uno strumento qualsiasi, una cetra, una fisarmonica, a volte, bastava una serie di bicchieri sui quali facevo scivolare le dita umide. Ero nato col dono della musica, particolare che mi favoriva in varie circostanze.
Non tenevo conto dei giorni, mi premeva fare ritorno a casa verso Natale. Lo scopo del viaggio era quello di conoscere il grande organista Buxtehude che viveva a pochi chilometri dal mare del Nord.
Quando, finalmente, bussai alla sua porta, mi aprì la governante, una donna grassa, dal gozzo enorme che si confondeva col seno. Non fu sorpresa nel vedermi, infatti, non pochi curiosi passavano da quelle parti, magari, per un semplice saluto. Le dissi che venivo da un piccolo paese, che amavo la musica, raccontai episodi del mio viaggio per rendermi più simpatico, infine, le chiesi, se mi ospitava per un certo tempo. Mi rispose che il padrone mi riceveva, a condizione che governassi la stalla, spaccassi la legna e cavassi l'erba dell'orto fino all'ultimo filo. M'invitò ad entrare e mi condusse in cucina. Mi sedetti vicino al camino. La donna avvicinò la sedia alla mia, mi parlò del Maestro, sottovoce, come fa una moglie alla sua migliore amica, quando confida i suoi segreti:
-Il Maestro è un genio, lo dicono tutti, ma io cosa posso dire di lui? Che fatico tutto il giorno in casa, in campagna, nella stalla e quando rientro, quella musica mi annoia a morte, certe volte, proprio non la sopporto... possibile che Dio abbia toccato il cervello di certa gente e la faccia così diversa dagli altri, dalla gente normale? Devo servire il mio signore che si occupa solo della sua musica, scribacchia carte su carte con segni strani, indecifrabili che trovo dappertutto. Almeno mi dicesse grazie, qualche volta... come si fa a vivere da soli in una landa sperduta come questa? Non ha senso vivere in questo modo, nemmeno gli animali lo fanno. La solitudine fa molto male... - sospirò, girò la testa verso la porta, quindi, riprese il discorso, accennò alle manie del Maestro, in particolare, mi rivelò che era molto permaloso. Mi spiegò che dovevo osservare alcune regole: lasciarlo parlare senza interromperlo, non fare domande impertinenti, lodare la sua arte senza tradire l'adulazione; per il resto, dovevo usare le buone maniere e stare in silenzio il più possibile.
La ringraziai dei consigli e quando mi alzai, si sbarazzò di me invitandomi a raggiungere il salotto. Non voleva gente intorno, quando cucinava. A cena mangiai una minestra di porri, nella quale intinsi un pezzo di pane raffermo. Ero in attesa che si facesse vivo il Maestro, quando entrò all'improvviso. Mi alzai di scatto e lo salutai con un leggero inchino:
-Mi sono messo in viaggio allo scopo di conoscerLa. Sono felice di essere Suo ospite. Si raccontano cose straordinarie su di Lei; molti La ritengono già una leggenda... - esclamai d'un fiato e rimasi in piedi, finché non si sedette di fronte a me. Fece un cenno con la mano come per zittirmi e mi ignorò. Indossava una vecchia palandrana grigia, portava barba e capelli lunghi, nel complesso, non dava l'idea di curare l'aspetto fisico. Mangiò due misure colme di minestra e non alzò la testa dal piatto, fin tanto che ingoiò l'ultimo cucchiaio ed emise un rutto fragoroso. Finalmente, incrociai il suo sguardo. Aveva occhi pesanti cerchiati di rosso. Mi aspettavo che parlasse di musica, invece, mi chiese che effetto mi aveva fatto la pianura. Gli risposi con una sola parola: libertà. Gli chiesi, a mia volta, se gli piaceva il mare, una domanda stupida, lo ammetto, ma in quel momento non avevo altro in mente. Rispose che gli era indifferente, che tutto gli era indifferente, tranne l'armonia, la frase bella, come la definì, poi, agitando il cucchiaio sopra la testa precisò:
-La mia musica serve alla preghiera. I contadini la cantano in chiesa la domenica ed i giorni di festa. Su richiesta scrivo qualche pagina per matrimoni e compleanni, cose leggere. In questi casi mi servo delle melodie della mia terra.
Si alzò senza salutarmi. La domestica mi disse che andava a letto presto e che già all'alba provava all'organo i suoi ultimi lavori. Per quella sera ne avevo abbastanza. Fortuna che la donna faceva la birra rossa. Mise un boccale davanti a me e mi strizzò l'occhio. Era chiaro che mi voleva consolare. Ero già suo complice. Certamente le avrei chiesto molte cose sul conto del Maestro e lei mi avrebbe risposto a tono. La birra era ottima. In seguito, imparai a reggere fino a tre caraffe, compresa la scura che era al malto. All'indomani, già mi sentivo come fossi a casa mia. Mi svegliai sulle note di un preludio struggente. L'ascoltai nel dormiveglia e non avevo nessuna intenzione di alzarmi.
Rimasi ospite per un lungo periodo, lavorai sodo. Oltre alla musica, imparai la caccia. Il mio Maestro (forse, era eccessivo chiamarlo mio) sistemava trappole davvero singolari, di sua invenzione. Il fatto era divertente, perché, a dirla tutta, non c'era bisogno di uscire per catturare la selvaggina; infatti, sollevando di qualche spanna l'abbaino del tetto, era facile vedere appollaiato sul noce fronzuto un fagiano o un gallo cedrone, quant'altro potesse desiderare un cacciatore. Era sufficiente sistemare una rete ben disposta ed il gioco era fatto. A questo proposito, si fa presto a dire della durezza di quel tempo; certo, non era facile vivere, come, del resto, avviene in ogni epoca, quando gioie e dolori sono diversamente distribuiti, in ogni modo, era meglio non soffermarsi troppo a pensare. Su questa riflessione avevo scritto sul mio taccuino di viaggio la frase di Baruk che calzava a meraviglia: i giorni felici dell'umanità sono le pagine bianche della storia. Era il tempo in cui si faceva caso alla caduta delle foglie, quando basta una notte di vento ed i rami si spogliano, una folata di freddo gelido, una pioggia improvvisa ed è già inverno. Può succedere che non si è pronti ad accendere il fuoco, perché la legna non è ancora stagionata e quella vecchia ha la muffa, il camino non tira bene; allora, sono guai, il malanno è già dentro di noi. S'incomincia a tossire, si va a letto con la febbre e l'indomani fa più freddo, di male in peggio, la tosse scava i polmoni, fa strabuzzare gli occhi... a letto non c'è riposo, ci si raggomitola tra muscoli e nervi tesi, le ossa si lamentano, brividi e sussulti, è la volta di terribili spasmi, il sangue si guasta, la carne brucia, insomma, si sta veramente male. Così erano morti genitori, fratelli, sorelle, bambini ed anche parenti, frequentati ad intervalli di matrimoni, di battesimi e di funerali, perché la vita è una rapida comparsa: un nome, un lavoro, un amore, i figli voluti e non voluti, l'illusione di servire la patria dentro una fiammante divisa, qualche soldo messo da parte e tanta fatica, ma proprio tanta, prima di finire sotto una lapide... solo che, qualcuno più fortunato degli altri, se n'era andato al convitto dei domenicani a cantare, perché aveva una bella voce, uno tra i tanti figli che non poteva essere sfamato, aveva lasciato casa ed era stato condotto in città.
Era successo ad un cugino del Maestro. Aveva scritto alcune lettere di come si stava bene in città. Le case, una vicina all'altra, smorzavano la violenza del vento, non si sentiva neppure il sibilo scendere dal tetto e scuotere i vetri delle finestre, le case si facevano compagnia l'un l'altra, costruendo una linea diretta di calda umanità. La gente di città aveva la lingua più lunga rispetto a quella dei contadini e non pochi sapevano leggere e scrivere. Il Maestro non ci era mai stato, ma le descrizioni contenute nelle lettere l'avevano incuriosito, perciò, quando un'amica di suo cugino, la cantante Enrichetta Spaun, gli fece visita e gli raccontò cose incredibili, lui restò a bocca aperta:
-Caro Maestro, Lei non immagina neppure vagamente la meraviglia di chi, entrando nel centro per la prima volta, viene colpito dalla quantità di gente che incontra sulla strada; si ha l'impressione di circolare tra costruzioni di un enorme castello reale, tanto è accurato l'ordine di ogni casa, soprattutto, quelle dei notabili che assomigliano a palazzi patrizi, le sale da pranzo hanno grandi stufe e sono arredate in legno di abete, hanno camere da letto, il bagno e le cantine, le finestre sono tutte di vetro, graziosamente dipinte e protette da un traliccio di ferro, moltissimi uccellini cantano nelle loro gabbie, tanto che pare di attraversare un bosco...
La cantante avrebbe voluto che il Maestro suonasse nella cattedrale della città, non per niente, era stata incaricata di convincerlo a trasferirsi, ecco il vero motivo della sua visita, ma ignorava che il Maestro mai si sarebbe allontanato da casa e lo dichiarò alla Spaun che credeva di averlo ormai attirato nella sua rete.
Fu proprio una sera, che, tra una birra e l'altra, rievocò l'intera vicenda. Mi accorsi che indugiava spesso su di lei e da alcune pause piuttosto sofferte, notai sul suo volto un'ombra di rimpianto. Naturalmente, l'offerta di andare in città costituiva un cambio radicale di vita, la conoscenza di persone di alto rango, la piacevole compagnia del gentil sesso. Forse, Enrichetta si era spinta oltre il dovuto quando, prima di partire, lo aveva abbracciato affettuosamente:
-Allora, d'accordo, Maestro, l'aspettiamo presto, avrà la sorpresa di conoscere quanti la stimano, soprattutto, le belle signore...
Per consolarlo gli parlai del mio album musicale. Era venuto il momento buono. Tirai fuori dal fagotto alcuni fogli di musica e glieli mostrai. S'accorse della mia agitazione e disse:
-Calma, ragazzo, li leggerò con attenzione a tempo debito.
Passarono giorni e giorni senza un minimo accenno ai miei lavori. Scrutavo nervosamente il suo volto alla ricerca di un seppur vago indizio; intanto, speravo che, sollecitato da qualche mia allusione, tradisse la sua naturale compostezza... nulla, assolutamente nulla, il suo volto era impenetrabile, la sua parola asciutta su argomenti, i più disparati e tanto lontani dal mio principale interesse, che, ormai stavo cedendo ad una forma di esasperante angoscia. Pensai che volesse tenermi sulla corda, mentre mi facevo forza di scartare l'ipotesi che non li avessi trovati di suo gusto. Quando comprese, su sua precisa domanda, che anch'io non sarei mai andato a vivere in città, lentamente il suo volto indecifrabile si sciolse in una amichevole sorriso.
Mi offrì qualche presa di tabacco ed alcuni francobolli svedesi. Si rattristò, quando gli annunciai che tornavo a casa. La sera che precedette la partenza, facemmo un po' di festa: fagiano al forno e birra scura. Finalmente, rividi i miei esercizi, segnati, in fondo, da una nota che mi precipitai a leggere:
Le vere soddisfazioni vengono più dalla mente che dal cuore, ciò non vuol dire sottrarre emozioni allo spirito, ma controllarle è un buon metodo per creare bellezza. I lavori sono buoni! Con affetto, Buxtehude.
Rimasi sbalordito. Da sotto il tavolo, quasi con fare da prestigiatore, ritirò alcuni fogli di musica, si trattava di piccoli preludi originali con tanto di dedica ed autografo.
Il giorno successivo mi misi in marcia verso casa. Era il periodo delle piogge. Mi sobbarcai fatica e disagi, perché volevo essere a casa prima di Natale. Sarei riuscito a farcela solo dormendo poche ore la notte, giusto il tempo di riposare e riprendere il cammino. Quando vidi fumare il primo camino del mio paese, non avevo nemmeno la forza di alzare le braccia dalla gioia. Mancava quasi una settimana alla festa più bella dell'anno. Mi preparai alla grande serata. La ricordo, attimo per attimo. Quella vigilia di Natale fu davvero speciale. Entrai in chiesa e salendo le scalette a chiocciola, raggiunsi il ballatoio superiore a ridosso dell'organo, dove un gruppo di ragazze, disposte su due file, indossava una tunica bianca attraversata da una diagonale rossa. Tenevano il foglio di musica in mano.
Il maestro del coro, Joachim Clavigo, dirigeva il corale dal titolo: Gesù, tu sei la mia gioia. Era un musicista molto valido. Aveva studiato alla scuola di Travemünde e rimpiangeva di non aver percorso i centoventi chilometri che lo separavano dalla casa di Buxtehude, non per essere suo allievo, ma per starsene modestamente in un cantuccio, la sera, ad ascoltare i suoi lavori. Si era spinto, invece, verso Celle, situata sulle rive pescose dell'Aller, per proseguire sulla strada di Amburgo, in vista di quell'uggioso mare del Nord, dove, chiunque si definisca pittore, è portato a dipingere tele angoscianti, un mare gelido che bagna spiagge anguste e rocciose cosparse di scheletrici cespugli, finché, a Lüneburg, si era perso in mezzo a folle ciarliere nei giorni della fiera.
Qui, aveva trovato un posto nel coro della chiesa diretto dal primo violinista della città che gli presentò il duca di Saxe Weimar. Il nobile l'apprezzò molto, lo presentò ad amici e conoscenti, in tal modo, il maestro ebbe la possibilità di farsi notare anche come organista, iniziò a suonare in pubblico e chi lo ascoltava, veniva rapito dal suo notevole magistero. Il duca organizzò una serie di serate musicali che lo fecero conoscere a critici e colleghi musicisti. Per proseguire la carriera, avrebbe dovuto coltivare l'ambizione, invece, preferì tornare a casa. Iniziò a comporre inni sacri e cantate profane. Suonava l'organo, viola e violino, poi, si sposò, fece sei figli, tre dei quali morirono in tenera età, rimase vedovo e continuò a comporre. Il suo pezzo forte era l'Oratorio di Pentecoste.Quella sera, era l'occasione buona per dimostrare il risultato dei miei esercizi sulla tastiera. Ripeto, quella sera fu davvero speciale! La chiesa profumava d'incenso. Tutti erano raccolti in preghiera. Dall'alto del ballatoio osservavo la notte scura. Da qualche ora scendeva la neve a larghi fiocchi, lenta ed asciutta. Alla mia destra c'era la solista del gruppo, il soprano Maria Clavigo, figlia del maestro del coro.
La osservavo con discrezione. I suoi capelli biondi affondavano nel cappuccio verde del mantello. Capii che si sentiva osservata, perché, ad un certo punto, scambiò il mio sguardo frettolosamente, ma in quell'attimo i suoi occhi brillarono. Le indicai la vetrata. Anche a lei piaceva la neve. Eravamo arrivati in chiesa affondando i piedi già di qualche centimetro. Le nuvole alte del mattino non preannunciavano una nevicata, ma erano disposte alla solita fastidiosa pioggerellina. Girando intorno ai campi congelati, si arrivava in paese, si attraversava la piccola piazza, si transitava su un piccolo ponte di legno, sotto il quale, nell'acqua limpida simile ad un acquario, scivolavano indisturbate famiglie di anatre e di germani reali, quindi, superando una breve salita, si vedeva in fondo alla strada la chiesa, addossata al campanile alto e secco, che ricordava la figura leggendaria del marinaio – digiunatore, una nota vignetta disegnata in carboncino sul giornale Tageblatt nella pagina riservata alle curiosità. In quel momento mi venne spontaneo immaginare una scena unica ed irresistibile: noi due soli, alla fine del paese, alla fine della strada, alla fine dell'ultimo tratto di terra... solo noi... io e lei... un uomo, una donna, l'ultima coppia sperduta tra nuvole e mare. Io la guardavo e non mi stancavo di sognare la mia vita insieme a lei, sarebbe stata troppo breve, anche fossimo vissuti mille anni...
La messa finì in quel momento. Tutti si alzarono, si scambiarono gli auguri. Il maestro c'invitò, di sotto, in sacrestia per il brindisi e gli auguri di rito. Cercai di avvicinare Maria. Mi disse che doveva aiutare suo padre. Non mi diedi per vinto, quello era il momento buono per l'annuncio ufficiale del nostro matrimonio. Mi feci largo, raggiunsi la sacrestia, afferrai una sedia, vi salii ed esclamai:
-Auguro a tutti voi un Buon Natale ed un Felice Anno Nuovo. Per me lo sarà senz'altro, perché Maria Clavigo, diventerà mia moglie - allungai il braccio e con un gesto deciso la feci salire. Lei esitò, finché non la tirai su di peso, la strinsi goffamente e lei arrossì. Barcollammo un poco e ridemmo di gusto. La folla applaudì. Qualcuno urlò Evviva! Suo padre non sapeva che faccia fare, mi fissò, imbarazzato. Io lo salutai, lui rispose bofonchiando qualcosa, deglutì l'Akquavit e si diresse verso di noi. Prevenni il suo intervento con rara abilità e di ciò mi sarei rallegrato in futuro in diverse occasioni. Annunciai, infatti:
-Prima di rincasare, in nome della vostra amicizia e cordialità, vorrei farvi un regalo. Da pochi giorni ho concluso cinque Fughe sul nome del grande Buxtehude, le dedico con stima al nostro caro maestro, mio futuro suocero. Vogliate avere la compiacenza di ascoltarne almeno una... - saltai giù dalla sedia, in un attimo percorsi le scale di legno che portavano al ballatoio, mi sedetti davanti alle grandi tastiere. Incominciai a suonare. Le note iniziarono ad uscire brillanti, convincenti, intanto, osservavo scendere la neve lungo le grandi vetrate; bene si accompagnavano al trasalire dei fortissimi, al ripiegare dolce degli oboi e dei clarinetti in alcuni passaggi che non erano proprio attinenti il brano, ma ad alcune licenze che mi ero preso a proposito di una breve, lirica pastorale che serviva da intermezzo.
Quando terminai il brano, il ballatoio era pieno di gente che mi circondava ed applaudiva. Vollero che suonassi gli altri brani. Alla fine, il maestro mi strinse la mano, si complimentò con me. Notai che gli era tornato il buon umore. Lo interrogai con lo sguardo, lui comprese e mi abbracciò. Dopo il brindisi raggiunsi Maria che mi aspettava sul sagrato avvolta nel mantello. Mi venne in mente l'occasione in cui l'avevo conosciuta, giusto un anno prima. Era entrata nel fienile per ripararsi dal nevischio. Io stavo lavorando un ferro di cavallo alla luce della lampada. La ragazza mi chiese se avevo visto entrare una gallina. Scossi la testa. Avanzò di qualche passo ed abbassò il cappuccio. Il viso s'illuminò alla luce. Lasciai cadere il martello, afferrai la lampada e mi avvicinai. Lei tenne fermo lo sguardo e mi sorrise. Le confessai che alla messa della domenica non facevo altro che osservarla ed era il motivo per cui frequentavo la chiesa. Accettò l'invito per la messa di Natale. In un attimo la vidi sparire dietro la porta. Fu in quel momento che mi venne l'idea vincente.
Mi misi subito al lavoro: cinque fughe sul nome di Buxtehude, le stesse che il Maestro aveva apprezzato durante il mio soggiorno a casa sua. Alla fine, tutto si risolse al meglio, l'annuncio del mio matrimonio, la festa di Natale. Peccato che il grande Maestro ci avesse lasciati poco dopo il giorno dell'Epifania. Il Tageblatt riportava un disegno stilizzato del suo volto raggrinzito sul letto di morte. La firma era del pittore Felix Blauberg che aveva sposato in seconde nozze la cantante Enrichetta Spaun.
Giorgio Ragucci
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